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Futuro Si, nucleare No

Luigi Sertorio

Novembre 2009

Poiché l'alimentazione elettronucleare civile italiana non è la continuazione di una realtà esistente, ma è una novità, il governo deve elaborare uno studio programmatico e sottoporlo alla discussione del Parlamento e di tutte le strutture regionali e comunali che saranno coinvolte nella eventuale realizzazione di tale progetto, tenendo conto che le implicazioni per il futuro della nazione si estendono su un intervallo di tempo di imprecisata lunghezza.
Lo studio deve partire innanzitutto da questa domanda: “perché si propone questa visione del futuro del paese, da che radici parte, verso quale direzione  punta? “ Per rispondere a questa domanda l’analisi deve articolarsi su tre punti: scelte, spese, responsabilità.

Scelte.
Quale è il panorama sociale ed economico al quale si riferisce l'alimentazione energetica elettronucleare? L'energia entra nella vita domestica, nei trasporti, nella produzione di beni semipermanenti o di consumo, in un mix che oggi è il risultato della crescita, mai veramente pianificata con una visione a lungo termine,  avvenuta dopo le distruzioni materiali e morali della guerra, ossia il periodo che parte dal 1945. Le vicende caratterizzanti la vita economica e sociale dell’Italia dopo la sconfitta della guerra non si articolarono per scelta  politica  libera, autonoma, ma per assoggettamento all’esorbitante superiorità militare e industriale del vincitore, l’America, che plasmava le relazioni e gli scambi di tutta la metà occidentale dell’Europa, quella raccolta sotto il trattato Nato e contrapposta all’altra metà appartenente  al Patto di Varsavia. Sistemi economici e politici molto diversi anzi contrapposti in una guerra subdola e nascosta, la guerra fredda. In generale possiamo dire che per l’Italia l'alimentazione energetica  è stata basata sul petrolio, le fabbriche  sono state inventate e  sono state  indirizzate a produzioni tutte basate sul petrolio, che viene fornito da poche sorgenti esterne al nostro paese. L'Italia in tutto questo periodo evolutivo importa la grande maggioranza dell'energia primaria. E’ chiaro che l’assetto economico energivoro faceva molto piacere alle compagnie petrolifere americane,  così come è chiaro che le iniziative autonome di Enrico Mattei furono sgradite , considerate sovversive e fermate non con le parole ma coi fatti. Nel regime ipotetico in cui ci fosse una importante presenza dell'energia nucleare l'alimentazione sarebbe ancora più rigida e centralizzata e si aumenterebbe ancora di più l'allontanamento da un modello di vita collettiva del tipo ad alimentazione energetica diffusa, una dinamica sociale a rete anziché a polo erogatore. Anche nel progetto nucleare l'Italia importerebbe energia primaria da sorgenti esterne e inoltre si orienterebbe verso  un processo di erogazione e distribuzione poco flessibile. Quale è la valutazione fornita dal governo sul futuro del paese che porta alla  preferenza per la erogazione di energia nucleare estero-dipendente rispetto alla erogazione di energia diffusa, basata sulle risorse proprie del  nostro territorio? Ci possono essere ottime ragioni per la preferenza nucleare, ma ci può essere totale assenza di analisi progettuale su tale dilemma: la esposizione dei motivi della scelta è obbligatoria. Oggi in Italia non esiste l'alimentazione nucleare, ed esiste una piccola penetrazione della tecnologia di alimentazione solare nelle sue tre forme o canali inorganici: termico, elettrico, eolico. Poi ovviamente c'è il canale organico o biologico, il cibo, quello tradizionale noto e sfruttato da sempre. Peraltro, il trasporto dei generi alimentari a lunga distanza è basato sull'uso di mezzi energivori (tutti basati sulla sorgente petrolio), che si contrappongono alla dinamica di produzione e consumo locale. La movimentazione dei generi alimentari su lunghi tragitti può essere stata interessante in una certa fase di sviluppo per  paesi a bassa densità di popolazione, ma è  discutibile per un paese come l'Italia. L'energia elettronucleare dovrebbe operare nel contesto generale della vita attiva e produttiva dell'Italia e quindi dovrebbe essere giustificata da scelte che tengono conto di varie alternative progettuali. C'è certamente un dilemma, e dunque la scelta nucleare deve essere discussa molto seriamente e non fatta passare come semplice decisione settoriale. E’ chiaro che il posizionamento dell’Italia nel sistema di alimentazione nucleare globale è portatore di pressioni esterne e queste non devono restare nascoste.
E' evidente in conclusione che il tipo di società che si configura per il futuro non è lo stesso nel caso nucleare e nel caso solare. Quale futuro a lunga distanza il governo propone? Tale proposta deve essere esposta non solo al Parlamento ma in tutti i canali di discussione democratici.

Spese.
Nel progetto nucleare la voce "spese" è peculiare perché implica un mix internazionale, ben diverso dal progetto solare che implica all'opposto un mix locale. Le spese si differenziano in tre fasi: costruzione delle centrali, gestione e alimentazione delle centrali, dismissione delle centrali. I tempi tipici possono essere nella prima fase dell'ordine di 5 anni, nella seconda fase 50 anni nella terza fase non si sa, perché l'insieme dei problemi da affrontare è complicatissimo.
A) La fase di costruzione  implica sia aziende italiane sia aziende straniere, dove la differenza fra italiano e straniero può essere difficile, non netta, poiché le attività imprenditoriali multinazionali operano su una scacchiera del denaro di tipo globale. Tuttavia un certo flusso di denaro esce dallo stato italiano e tale flusso uscente deve essere documentato e giustificato.
B) La fase di gestione implica l'acquisto del combustibile e la discarica del combustibile esaurito, anno per anno. Tale dinamica sarà operativa per un periodo dell'ordine di grandezza di mezzo secolo. Quali garanzie sa dare il governo presente sugli aspetti decisionali e burocratici dei problemi che si presenteranno per tale lungo periodo di tempo? Quali enti sono o saranno preposti al controllo di tale dinamica? Non abbiamo in Italia alcuna esperienza per una gestione così importante per un tempo di tale durata. Non si parla di progetto ma di controllo, due aspetti ben distinti della realtà, persone e strutture gerarchiche diverse. Un paragone potrebbe essere fatto con la costruzione e la gestione di grandi dighe e relativi bacini idrici artificiali. In questo caso l'esperienza italiana è stata tormentata e negativa, ingegneri progettisti bravi, valutazioni geologiche cattive, dialogo fra calcolo scientifico e informatica burocratica assente. Un motivo di più per esigere delle garanzie.
C) La fase di dismissione. E' la più complessa, è quella che nessun paese che abbia sperimentato l'avventura nucleare ha saputo risolvere soddisfacentemente. Quando non ci sarà più petrolio chi azionerà i mezzi pesanti necessari per eseguire le opere di bonifica nucleare? Si manterrà attiva una ultima centrale nucleare onde alimentare  le opere implicate nella bonifica delle centrali precedenti?

Responsabilità.
L'assunzione di responsabilità ovviamente vale in tutte le fasi del progetto ma diventa particolarmente importante nella fase finale di dismissione delle centrali. Nessuno dei politici che decidono oggi sarà vivo nel periodo della dismissione. La dismissione non è un lascito concettuale ma un ben preciso lascito fisico. Ciò che è deciso oggi è la prenotazione di  azioni che dovranno essere intraprese fra oltre mezzo secolo. Il governo attuale pensa di allocare delle risorse socioeconomiche oggi per tale problema futuro? Alternativamente è in grado di dichiarare che ha predisposto un meccanismo automatico o semiautomatico di seppellimento eterno delle centrali a fine vita? Si parlava molti anni fa di meccanismi di autoseppellimento, ma erano considerazioni al livello di fantascienza. Quale soluzione ha scelto il governo italiano presente? Esistono dei precedenti, nella storia delle nazioni civili, di decisioni che implicano responsabilità alle quali non si può far fronte?  Il ministro Scaiola non mente sulle discariche nucleari futuribili perché non sa quello che dice; però decide, ha il potere di nominare un ente incaricato di individuare i posizionamenti geologici,   i metodi di scavo, parte una successione di artifici per coprire gli errori e le bugie: e alla fine,  chi lo punirà fra cento anni?
In conclusione il problema delle responsabilità è enorme e inesplorato. Nei paesi in cui l'erogazione di energia elettronucleare è in opera già da diversi decenni, gli aspetti legali furono relegati alla struttura esistente del sistema assicurativo. Insomma alla legge civile. Con la comparsa di eventi implicanti l'intervento delle compagnie di assicurazione  sono nati dei contenziosi che sono tuttora irrisolti. Il Diritto degli stati e il Diritto internazionale sono impreparati di fronte a problemi nei quali la variabili causa, effetto, tempo, quindi i concetti di proprietà e responsabilità, sono mal definiti. Per questo la tendenza è di sottomettere il nucleare civile al controllo militare, cioè fare tornare il nucleare civile sotto il dominio del nucleare militare, che è la matrice da cui  l'industria nucleare è nata e cresciuta a partire dagli anni fra il 1943 e il 1945 sia in USA che in Unione Sovietica. Vuole il governo italiano indirizzarsi su tale strada pericolosissima? Non ci si muove sul terreno internazionale del potere militare nucleare solamente armati di furbizia, ma privi  di forza, anzi essendo storicamente in posizione subalterna alla strapotenza americana. La militarizzazione dei siti nucleari potrebbe implicare una dipendenza additiva rispetto alla dipendenza puramente economica. Così come l’Italia oggi deve accettare di essere portatrice di basi militari USA potrebbe essere costretta ad accettare di essere portatrice di siti di discarica nucleare utilizzati anche da altri Paesi.  Anche questo punto deve essere chiarito dal governo prima di imporlo tacitamente.

 

 

Scritto da Luigi Sertorio il 03/12/09. Commenti: 0

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